L’Intelligenza Artificiale è indistinguibile dalla magia

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Mi sono da poco avvicinato seriamente, seppur in punta di piedi, alla AI, Intelligenza Artificiale (le due maiuscole le merita) e l’ho fatto andando a rileggermi Arthur Clarke, non solo scrittore di fantascienza, ma inventore e futurologo celebre. Tra il 1962 (nasceva il mio primo figlio) e il 1973 (l’ascensore sociale mi stava portando verso l’attico), dettò tre massime, diventate poi le “Leggi di Clarke”. Da apòta, amai subito la terza “Qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”.

Lo confesso, AI non mi eccita particolarmente, la vivo ancora come un gossip, non come una questione di vita o di morte per l’umanità. Mi ha molto colpito il cosmologo Stephen Hawking: pensa che le macchine dotate di AI diventino malvage, provocando il più grande disastro della storia umana, peggio la fine della razza umana. Il fatto che quel cacciaballe (politicamente parlando, of course) di Elon Musk si sia associato e abbia chiosato che “AI potrebbe costituire un pericolo molto maggiore della Corea del Nord”, essendo convinto che Kim è null’altro che un piccolo ricattatore di provincia, mi ha persuaso che AI sia una cosa da studiare, da rispettare, da seguirne l’evoluzione, ma facendolo senza timore alcuno, meglio se con nonchalance. Non è una minaccia, in teoria è un’opportunità. Il dibattito fra Elon Musk e Mark Zuckerberg finito ad insulti reciproci (“sei un irresponsabile”, “non sei preparato”), due poveracci sopravvalutati, mi ha convinto di non avere nulla da temere da AI, non so i benefici che potrei avere, l’importante è che nulla mi sottragga di ciò che posseggo. Scambi con Silicon Valley non ne faccio, so di finire gabbato.
Ho scelto allora di affidarmi alle competenze di uno scienziato australiano, Rodney Brooks, già direttore del Laboratorio di Informatica e AI del MIT. Dai suoi scritti mi pare uno che domini la materia in scioltezza, con un’eccellente capacità divulgativa, buonsenso e una buona dose di ironia, l’unico approccio serio da avere verso le nuove tecnologie e verso gli scienziati 2.0.: sono indistinguibili dai maghi, ma alcuni sono veri scienziati.

Penso che la domanda “IA dominerà le nostre vite?” sia mal posta. Ho passato la vita nella tecnologia 1.0, negli anni ’80 investivamo già sui robot, nei primi anni ’90 adottai il Business Process Re-engineering, propedeutico  al Business Process Management, via intermedia fra la gestione d’impresa e l’Information Technology, per arrivare vent’anni dopo all’attuale AI. Il tema dell’innovazione e dello sviluppo è sempre lo stesso: come gestire questi processi, queste tecnologie in modo responsabile, valutando costi e benefici. La conclusione alla quale arriva Brooks è quella di sempre, impeccabile: “Molti esperti di AI sono degli esaltati, immaginano che il mondo sia già digitale e basterà introdurre nuovi sistemi per cambiare processi produttivi e logistici. Nulla di più lontano dalla realtà, le innovazione di AI impiegano molto più tempo a diffondersi di quanto immaginano sia chi lavora nel settore, sia chi lo osserva dall’esterno (leggi politici, economisti, giornalisti)”. Ricordo un’altra massima, di Roy Amara, il guru di Palo Alto: “Della tecnologia tendiamo a sopravvalutare gli effetti a breve termine, a sottovalutare quelli a lungo”. Per esempio, la tanto decantata evoluzione del mercato delle auto a guida autonoma, onestamente, non sappiamo come andrà, dice Brooke.

Poi i temi giuridici. Un caso che mi ha sconvolto. Un giudice del Wisconsin, immagino smanettone-manettaro, nel maggio 2017 si è avvalso di un algoritmo Compas, acquistato dalla Northpointe Co., per valutare il rischio di recidività di un imputato. L’algoritmo si è espresso (pollice verso) e Eric Loomis si è beccato 6 anni. I suoi difensori si sono appellati, hanno chiesto di vedere i processi logici dell’algoritmo. La Corte Suprema del Wisconsin ha bocciato la richiesta perché all’algoritmo era stata riconosciuto il diritto al segreto (sic!). In pratica, la testimonianza dell’algoritmo, in termini giudiziari, è stata equiparata a quella di un esperto anonimo, che non è poi possibile controinterrogare.
Una giustizia da brividi quella americana. Ora capite perché considero il Ceo capitalism di Silicon Valley alla stregua dei modelli politico economici in voga negli anni Trenta in Europa. Perché tali sono.

www.riccardoruggeri.eu

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