Caro Paolo, noi non ci conosciamo di persona, mi permetto di darti del tu perché facciamo lo stesso mestiere. Il tuo editore è Pier Silvio Berlusconi, io sono l’editore di me stesso. Vent’anni fa ho fondato una casa editrice (Grantorino Libri) che pubblica, con parsimonia, libri, e pure un giornale digitale gratuito e senza pubblicità per gli oltre 22.000 abbonati. Markettari esterni della pubblicità europea mi dicono che un terzo di questi abbonati hanno meno di 28 anni. Sia loro che io troviamo questo numero incredibile. Sarà perché la linea editoriale di Zafferano rifiuta, da sempre, di scrivere di politica politicante?
Zafferano l’ho creato sia per sperimentare il mio modello organizzativo (IDEA+IA+NCS) e pure nella convinzione che in Euro-America, non esista, per chi scrive, la libertà di stampa. Mentre esiste, eccome, per gli editori. Ovviamente tale libertà esiste per coloro, scrittori o giornalisti, che sono allineati al pensiero dell’editore, e meglio ancora se sbandierano pubblicamente questa conformità.
Gli editori, dal canto loro, sono stati sempre parte integrande dell’Establishment e ultimamente, per non uscire dal giro, si sono specializzati nel lobbismo finto colto. Lasciali perdere, caro Paolo, è gente strana.
Riporto per i lettori, pari pari, l’incipit di un pezzo di Carmelo Caruso sul Foglio: «Paolo Del Debbio vuole lasciare Mediaset e il mestiere. Parla genericamente del mondo, come direbbe la “su mamma”, ma il mondo di Del Debbio è Mediaset, la famiglia Berlusconi, e ora “di questo mondo non ci capisco più nulla e non ho più voglia di occuparmene, mi fa schifo”».
Mi permetto di dirti in pubblico, e se vuoi di spiegartelo in privato, con ben altri approfondimenti, di non farlo. Mi riferisco all’abbandonare il mestiere, non certo lasciare Mediaset: l’editore è irrilevante, uno vale l’altro. Del primo ne rispondi a noi, tuoi fedeli lettori e telespettatori, del secondo no, come dice il mitico veterinario diventato oste, Giorgione, «metterci il pepe o il peperoncino sulla peperonata, è una scelta privata».
Durante la mia vita, ora non più perché avendo 92 anni sono al di là del bene e del male (cfr. Friedrich Nietzsche), sono campato dicendo, nei momenti topici, decisionali, del mio percorso di vita, quasi sempre No.
È stata la mia fortuna! Rileggiti l’ultima intervista di Pier Paolo Pasolini a Furio Colombo (la titolò «Perché siamo tuti in pericolo»): «I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto No, mica i cortigiani e gli assistenti… Il No per funzionare deve essere grande e totale (non certo su piccole cose)… Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori…». Parole sante e definitive, le sue.
Vorrei trasferirti, se lo desideri, un tipo di approccio relativo ai momenti decisionali della nostra vita: 1) nel breve, orientato sulla filosofia del «No, grazie!», 2) nel lungo, rappresentato dal neologismo «Cathedral Thinking», inventato dal filosofo australiano Roman Krznaric, utile per intendere un approccio mentale opposto alla ridicola cultura attuale dell’immediatezza (come conduttore di talk show tu ben la conosci). I costruttori medioevali di cattedrali sapevano che non avrebbero mai visto le loro opere concluse.
IDEA è stata la mia cattedrale privata, ci ho lavorato tutta la vita (è stato un secondo lavoro, segreto anche per la mia famiglia) dalla fine dei Cinquanta alla fine degli Ottanta del Novecento solo per completare la parte teorica. Per realizzare le tre sperimentazioni applicative (una multinazionale tecnicamente fallita portata alla quotazione a Wall Street, una Casa editrice, una RSA domestica, tutte di successo) ci ho speso altri 35 anni.
Caro Paolo, se vuoi chiamami, sappi che per illustrartelo mi ci vuole almeno un paio d’ore di totale immersione. Anche perché il modello organizzativo IDEA+IA+NCS è tanto innocente quanto arrogante.
Un abbraccio affettuoso, Riccardo




