Le tre domande che Salvini ha rifiutato. E bene ha fatto.

In questi anni, invitato a fare interviste ai nostri politici, ne ho ipotizzate diverse, specie a quelli che si candidavano a diventare premier (molti senza speranza). La mia tecnica di intervista ai politici non prevede l’incontro fisico con l’intervistato, io faccio tre domande per scritto, lui (lei) può scrivere ciò che vuole, con un unico vincolo: non superare in totale 5.000 battute. In tutti questi anni, nessuno, salvo Ingroia, ha accettato questo modello, cioè di rispondere per scritto alle mie tre domande. L’ultimo caso è stato Matteo Salvini, eppure sapeva che sarebbe stato pubblicato su un giornale come Italia Oggi, sia il giornale sia il suo direttore noti per professionalità e indipendenza.

Dopo quaranta giorni di attesa questa “non intervista” non si è concretizzata, ergo è diventata uno scoop, non per i contenuti delle risposte (che non ci sono state) ma per le domande poste. La domanda è subito stata: perché Salvini non ha risposto? Oggettivamente non poteva farlo, a meno di mentire spudoratamente, e di questa scelta gli sono umanamente grato, è sgradevole per un analista dover dare del bugiardo a un politico di vertice. Ecco le tre domande.

1 Da cittadino apolitico e da giornalista impolitico, però indipendente ho molto apprezzato che lei abbia accettato questa intervista con tre sole domande, ma politicamente tre pugni nello stomaco. Ho pure apprezzato, a suo tempo, il suo rifiuto di accettare a scatola chiusa un partito ereditato dal fondatore Umberto Bossi, cercando di prefigurarne uno nuovo. Ora la Lega, non più solo Nord, vale il 15%, ha un potenziale del 20% (detto fra noi quanto vale quanto il PdR. Chapeau!). Immagino che si renda conto che Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, oggettivamente simili in termini umani e culturali, hanno spinto per la nuova legge elettorale per due motivi: a) nominare solo fedelissimi, quindi potenziali traditori della coalizione di partenza; b) qualora, come probabile, non fosse possibile fare un governo, le coalizioni si frantumerebbero, e lei si troverebbe di fronte al dilemma: a) appoggiare due uomini di regime come Paolo Gentiloni o Carlo Calenda; b) abbandonare la coalizione di centro destra, e nella sostanza, almeno agli occhi dei suoi elettori, prendere atto di essere stato gabbato.

2 Si rende conto che due punti qualificanti del suo programma (euro e legge Fornero) sono infattibili? Glielo dice uno che da anni riflette su entrambi. L’euro è stata formalmente una scelta politica sbagliata, ma nella sostanza è un accordo contrattuale, una sommatoria di trattati, scritti dai migliori legulei del continente, quindi risulta impossibile né modificarli né romperli. Lo stesso vale per la riforma Fornero. Se la tocchi il bilancio dello Stato s’affloscia, l’establishment euro americano scatenerebbe contro il malcapitato la muta di cani di quello che chiamano pomposamente “mercato”, la Bce, il Fmi, la Commissione, fino all’ultimo giornale di provincia. Un leader non deve mai lasciarci accecare da un obiettivo, se capisce che per ottenerlo dovrebbe pagare un prezzo sproporzionato al suo valore (veda il caso Catalogna e Puigdemont).

3 Caro Salvini, inutile girarci intorno, lei è di fronte a un dilemma: o accetta la leadership di Berlusconi, senza porre condizioni tipo quella logica di un accordo garantito da un notaio (ma il Cav. non lo accetterà mai) e nel frattempo si accredita come leader di una Destra di sistema (seppure giocando sempre sul filo del fuorigioco), oppure si schiera con tutti quelli che non accettano l’attuale regime Pd-Fi, e cioè M5S, Sinistra di Pietro Grasso, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Che fare, avrebbe detto Lenin? Lei lo sa perfettamente, e bene ha fatto, a rifiutare le tre domande, ergo l’intervista, senza neppure comunicarmelo. Al suo posto avrei fatto altrettanto. Nel contempo Italia Oggi ed io abbiamo fatto uno scoop.

www.riccardoruggeri.eu

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