ANCHE PER GLI STABILIMENTI ITALIANI DI FCA IL PETTINE E’ ARRIVATO AI NODI

Fino a qualche giorno fa si sussurrava nei corridoi del Deep State romano che FCA avesse avviata la pratica per chiedere un prestito di 6,5 mld € con garanzia SACE (leggi Governo). Dopo la tragicommedia del mitico “convertendo” anni 2000, le Banche stanno alla larga da quella che un tempo si chiamava Fiat.

Sinistre e Destre si erano immediatamente sollevate, quintali di indignazione si rovesciarono sui media, sulla Rete, con la solita storytelling del paradiso fiscale anglo olandese. Il vice Segretario del Pd, Andrea Orlando, ha riassunto il tutto con un tweet il 16 maggio 2020: “Senza imbarcarci in discussioni su che cosa è un paradiso fiscale credo si possa dire con chiarezza una cosa: un’impresa che chiede ingenti finanziamenti allo Stato italiano riporta la sede in Italia. Attendo strali contro la sovietizzazione e dotti sermoni sul libero mercato”.

Se l’Olanda (è di lei che parla Orlando) compie un’illegalità ( i paradisi fiscali sono vietati dalle varie legislazioni internazionali) e continua a farlo da anni, significa che è autorizzato da Bruxelles. Punto. Se non si conosce la materia, se si confonde FCA (Holding) con FCA Italia, meglio tacere. Quella di Orlando era una fake truth. Punto.

FCA è da anni un’azienda americana, il suo HQ è a Detroit, è quotata a Wall Street, mentre FCA Italia ha una targa al Lingotto, un certo numero di Stabilimenti produttivi, molti operai, paga le tasse in Italia, quindi, a certe condizioni, ha diritto ai finanziamenti statali. Un anno fa, gli azionisti di FCA (Holding) hanno deciso, liberamente, di fondersi con la Peugeot e di lasciare la guida ai francesi, dando loro la maggioranza nel Board, non gratis, ma in cambio di oltre 5 mld, da spartirsi successivamente. Nel 2021 il Quartier Generale sarà spostato da Detroit a Parigi. Punto.

Ricordo agli smemorati che nel 2009 i bond Fiat furono certificati “spazzatura”. Fiat, era tecnicamente fallita, fu “salvata” dai dollari di Barack Obama, non dagli euro italiani, nella geniale operazione Chrysler condotta da Sergio Marchionne con le modalità tipiche del grande pokerista qual era. Ovviamente, dopo sceneggiate d’ogni tipo (ci scrissi due libri) tutte le funzioni strategiche di Fiat furono trasferite a Detroit, nel silenzio del Governo e dei Sindacati. E giustamente, perché nel business, come nella vita, chi ci mette i quattrini comanda. Punto.

Torino, cessò di essere una grande città industriale, prima la spacciarono come città della cultura, oggi, ripiegata su se stessa, è intristita, irriconoscibile per chi la ama. In Italia rimasero alcuni stabilimenti produttivi, chi vuole approfondire verifichi il loro rapporto ore lavorate-ore in cassa integrazione e l’atmosfera che in essi si respira. Fiat come entità industriale non esiste, è un marchio da mettere sul cofano. Punto.

Per me la stranezza è che FCA Italia abbia fatto questa richiesta, accettando le tre condizioni del finanziamento: 1 non distribuire dividendi; 2 non acquistare azioni proprie; 3 non licenziare. Chiederli, nel linguaggio del business, equivale a dichiarare al mercato che la sua situazione è finanziariamente disperata. In altre parole i quattrini le servono, e lo dichiara pure, non per rafforzare la sua struttura finanziaria in vista degli sviluppi futuri, ma per pagare fornitori e dipendenti. E’ l’anticamera dell’inferno.

Tutti sanno che l’industria dell’auto (occidentale) è moribonda. Infatti è stata fulminata dal “Virus” a metà del processo di elettrificazione, dal quale si può uscire solo investendo montagne di quattrini (che i suoi azionisti non hanno), con un mercato in caduta libera, quindi deve licenziare montagne di dipendenti in eccesso ( i governi non glielo permetteranno, per timore di rivolte popolari). Questo lo stato dell’arte.

Il Conte Bis è un Governo che si regge su un’ideologia di sinistra old fashion e la battuta di Orlando lo dimostra. Non se la passano meglio i fautori del CEO capitalism, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Donald Trump, in primis. Anche per loro è arrivato il momento della verità: lasciar decidere il mitico mercato (e allora il destino dell’industria occidentale dell’auto è segnato) ovvero procedere a una nazionalizzazione (la si mascheri fin che si vuole, ma tale sarà).

Se la fusione di FCA in Peugeot sarà confermata, il problema sarà di Macron, ma quello degli stabilimenti italiani di FCA sarà del Conte Bis e il negoziato avverrà, nella sostanza, con Macron. Immagino che costui cercherà di dimostrare la loro irrilevanza, nel prossimo ridimensionamento delle capacità produttive europee.

La giostra dell’auto si è messa a girare in modo forsennato. Siamo alle prime battute, nessuno sa come finirà. Il pettine è arrivato ai nodi, il tempo delle chiacchiere è scaduto, conta solo l’execution e questa, lo sappiamo, è una brutta bestia. Per tutti. Punto.

Zafferano.news

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