Uno spicchio di una America mitica e miserabile

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Da oltre quarant’anni cerco di capire questo meraviglioso paese (mi rifiuto di chiamarlo Usa o Stati Uniti), per me è America, meglio è l’America. Lo vedo come un gigantesco agrume, pieno di spicchi, alcuni dolcissimi, altri maleodoranti. Eccone uno. Per i miei figli e le mie nuore ho preparato un programma di viaggio che quando loro riterranno giusto faranno con i miei nipoti. Viaggiare per l’America con i propri genitori vale molto di più di un master universitario, l’importante è arrivarci all’età giusta, soprattutto entrambi preparati. L’America si visita a spicchi sud-nord, coast to coast  non significa nulla, è solo un lungo corridoio che serve per raggiungere le singole stanze. Quelli che hanno un approccio politico-sociologico usano una variante al “sud-nord”, la modalità circolare, quella delle “cinture” (della Bibbia, della ruggine, del sole, etc.). Da qualche anno, mi sono accorto che ne sta nascendo una nuova, io la chiamo la “cintura della follia” (se avessi un’altra età mi butterei nel suo studio), figlia della globalizzazione selvaggia, quella che sta distruggendo, sia la classe operaia, sia quella media, specie bianca. La stessa che sta uccidendo il capitalismo classico a favore del ceocapiltalism. Curiosa la strategia del ceo-capitalism, concepita per impoverire due classi sociali, quella media e quella povera, e al contempo per arricchire in modo mostruoso pochissimi osceni individui, trasformati in cuscute: le felpe californiane, i finanzieri, i Ceo deal maker delle multinazionali. Questi poi dedicano, con grande impegno, lo riconosco, molte delle loro energie per fare beneficienza a quelli che per queste scelte hanno ridotto a barboni. Comportamenti curiosi dei quali mi sfugge la ratio: perché trasformare i propri concittadini in miserabili, togliendo loro la dignità del lavoro, per poi assisterli? Mi ricordano il medico di Hitler: lo riempiva di medicine sperimentali per poi curarne gli effetti devastanti con farmaci convenzionali. L’attuale establishment sia democrat che repubblicano regge loro il sacco, il popolo per disperazione sta con Trump o con Sanders, alla fine faranno Presidente l’oscena The Hillary, una di loro. Perché questa follia suicida dell’amata America?

In questo programma di viaggio ho scelto, raccogliendo ricordi lontani e recenti, lo spicchio New Orleans-Chicago, il cuore sud-nord dell’America, un percorso che dall’architettura franco-creola, mixata col jazz, raggiunge il meraviglioso lungolago di Chicago (20 miglia imperdibili), mixato col blues. Qua i più bei grattacieli d’America (fra modernismo e neo gotico) della mitica scuola di architettura di Chicago.
Da New Orleans, puntando a nord sulla US-61 N, si attraversano le piantagioni lungo il Mississippi, fino a quella deliziosa chicca che è Natchez, e poi su, su, fino a Nashville. Sono altri  600 km, una strada chiusa al traffico commerciale, senza semafori e senza stazioni di rifornimento, un nastro d’asfalto che segue un’antica pista tracciata dai bufali e dai cacciatori. Una meraviglia. Qua una deviazione si impone: Tupelo. Entrati nella cittadina si è aggrediti da una serie di cartelli stradali con la dicitura birthplace, senza spiegare di chi sia il luogo di nascita. Se non lo sapete, proseguite, non siete degni di visitare uno dei luoghi più mitici (e più kitsch) dell’America. Su una collinetta c’è la casa, solo due stanze, ove l’8 gennaio del ’35 nacque Elvis (il gemello Jesse morì appena nato). Tutto è finto, tutto è ricostruito, i mobili della casa sono quelli in uso negli anni ’30, la chiesetta da lui frequentata da adolescente è stata qui trasferita dalle vicinanze, una follia. Appena ti siedi sui banchi della finta chiesa, sei aggredito da un filmato che ripropone le rumorose cerimonie religiose alle quali assistette un Elvis adolescente, ritmate da quel gospel che poi avrebbero tanto influenzato la sua musica adulta. Il seguito della storia la si trova a Nashville, nel museo a lui dedicato, chitarre, stivali, vestiti, persino la Pink Cadillac, con le maniglie d’oro.
E poi via verso Lexington, dal Tennessee (il suo parlamento dominato dai conservatori ha recentemente approvato un progetto di legge per rendere la Bibbia testo ufficiale dello stato) al Kentucky, la terra dei cavalli purosangue. Anche qua una deviazione, ci porta all’Elvis del primo ‘800, ad Abramo Lincoln, il mito dell’America che sconfisse i sudisti. Anche qui il mito è incartato nel kitsch. La capanna finta, ove il 12 febbraio 1809 nacque è il cuore di un gigantesco Memorial Building di granito e di marmo, con 56 gradini, gli anni che aveva quando fu assassinato. Se percorrete questa strada in primavera capirete perché si chiama Bluegrass Country, nei pascoli fioriscono piccoli boccioli azzurri. Poi ecco Louisville, la patria di Muhammad Alì, la sua Fondazione che “promuove il rispetto, la speranza, la comprensione, per indurre bambini e adulti a realizzarsi al meglio (to be as great as they can be).” Cinque ore di autostrada dritta e si è a Chicago, la borsa mondiale dei cereali. Questo spicchio, uno fra i tanti, è rappresentativo dell’America che amo, quella del mito. Poi c’è quella degli spicchi miserabili, maleodoranti, sarà per un’altra volta.

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@editoreruggeri

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