A metà d’agosto, l’intera stampa mondiale è stata spiazzata dall’arrivo silenzioso a Mosca del capo della CIA, ripartito appena 8 ore dopo. Curioso il vettore usato. Anziché un Gulfstream G 800 con insegne civili, un aereo cargo C – 17 targato US Air Force. Curiosa la richiesta di Trump a Zelensky di evitare di mandare droni su Mosca per tre giorni, garantendo lo stesso trattamento per Kiev da parte russa (sic!).
Sugli scopi del viaggio gli interessati hanno fatto gli gnorri. Il portavoce del Cremlino ha precisato che il capo della CIA non ha incontrato Vladimir Putin e si è lasciato sfuggire (?) che “i contatti fra i capi dei servizi segreti sono di per sé un fenomeno positivo, specie quando si verificano nei periodi più difficili delle relazioni bilaterali…” Personalmente l’ho paragonato, mutatis mutandis, a quello che, negli stessi giorni, esattamente un anno fa, avvenne ad Anchorage fra Trump e Putin, di cui mai si seppe il perché né cosa si dissero, sconosciuti pure i temi trattati. Questo l’ho considerato un tagliando di quello.
Curioso il silenzio stampa e sui social di Donald Trump, che poi, nella sua banale e ripetitiva conferenza stampa giornaliera, costretto da un giornalista petulante, ha bollato l’evento come semi-routine. Non so quale significato abbia nel linguaggio elementare di Trump, ma nel mio, di studioso, il termine semi routine indica un’azione, una procedura, un’attività eseguita in modo quasi automatico, ma che conserva un certo margine di flessibilità e di variazioni, sempre però con un controllo centralizzato del processo.
In questo Cameo, conoscendo come va quel mondo, mi rifiuto di scrivere, pardon, di sproloquiare, su argomenti in cui nessuno di noi sa o saprà mai nulla. Ho raccontato più volte che negli anni Ottanta del Novecento, fui fondatore e responsabile operativo di un Consorzio Stato-Fiat 50/50 (gli armamenti a Oto Melara, la mobilità alla Fiat) di progettazione e costruzione di mezzi militari di terra per le forze armate italiane e altri paesi Nato e no. Erano anche gli anni in cui stavo per concludere la parte teorica di IDEA, quindi avevo completato lo studio dei diversi modelli organizzativi. L’unico che non riuscii mai a conoscere fu, ovviamente, quello dei Servizi Segreti. Frequentandoli capii però che loro erano capaci di ragionare per scenari, decidere quasi sempre per contro intuizione, di utilizzare un linguaggio di comunicazione molto sofisticato, fatto di silenzi non silenziosi, del non detto (comunica più di qualsiasi parola acconcia), di gesti.
Sia l’incontro di Anchorage che quello di Mosca erano connotati da gesti che per me comunicavano una posizione leggibile solo fra gli addetti ai lavori. Per spiegare cosa intendo, mi sono fatto aiutare dall’amico di una vita Giovanni Maddalena, autore del fondamentale, almeno per me studioso di comunicazione delle leadership, Filosofia del gesto (Carocci editore).
Un gesto è un’azione con un inizio e una fine che porta un significato. Sono gesti i riti privati e pubblici, come il tradizionale pranzo di Natale italiano e il giuramento del Presidente degli USA. Ma sono gesti anche gli esperimenti scientifici, soprattutto quando vengono eseguiti per la prima volta, le performance artistiche (il teatro, per eccellenza). In un gesto si conosce mentre si comunica. Quindi non si ha qualcosa nella testa che poi si rappresenta all’esterno. Mentre si compie l’azione, accade qualcosa. Il presidente degli USA “diventa” presidente giurando. Il bene reciproco “diventa” diverso da prima (a volte nel male!) durante il pranzo di Natale. Nell’esperimento “diventa” evidente, cioè provata, un’ipotesi. Così, il linguaggio stesso, con le sue componenti fisiche di cui spesso ci dimentichiamo, quando è efficace, è un gesto. Un buon insegnante di retorica dice che occorre “cominciare” a parlare per imparare a parlare bene e uno di scrittura che bisogna “cominciare” a scrivere perché il gesto stesso creerà il pensiero. Così, la diplomazia dei due Paesi in questione fa “accadere” delle cose con il solo gesto di muoversi, andare, far sapere. Il gesto stesso è il contenuto, molto più di ciò che in esso si dice, che, come si vede dalla cronaca che Trump fornisce dei suoi pensieri, cambia in continuazione.
In conclusione, è corretto affermare che a Mosca è stato fatto un tagliando dei rapporti America-Russia, propedeutico per il tagliando di fine settembre che avverrà a Washington fra America e Cina. Inutile che si agitino i nostri volenterosi da talk-tastiera, la Terza guerra mondiale per l’Ucraina non ci sarà. Ai Servizi Segreti c’è la crème de la crème della saggezza spregiudicata.
Noi europei da 80 anni siamo follower, e tali resteremo in quanto la partita del dominio del mondo da anni si sta giocando nello Spazio e con le applicazioni IA. Altrettanto dovrà fare la Russia, ormai anche lei, come noi, fuori da entrambi i quadranti rappresentanti il futuro. La nuova carta geografica del mondo da questo momento si deve leggere con una prospettiva diversa: l’America a Est, l’Asia a Ovest, l’Europa e la Russia (la prima e la terza Roma) ai margini. Prosit




