Per tutti Lilli è morta, per me si è solo allontanata da casa, un viaggio privato. Ho l’indirizzo di dove raggiungerla. So che mi sta aspettando.
Quando ci incontrammo, era un sabato pomeriggio, il 6 ottobre del 1956, in una festicciola di ragazzi a casa della sua amica del cuore, Graziella. Capimmo che non ci saremmo mai più lasciati. Lei aveva 18 anni, io 21. All’inizio di luglio si è dovuta allontanare, nel suo solito modo discreto ed elegante, aveva 89 anni. Siamo stati sempre insieme, la felicità per noi è stata la normalità.
Nel 1975 avvenne improvviso e inatteso quello che avrebbe potuto essere lo snodo della nostra vita, fino a rovinarcela. Lilli aveva 38 anni, io 41, e Luca e Fabio erano già, come si diceva allora, degli ometti. Per un insieme di circostanze che ho già raccontato in alcuni miei scritti, per un giorno intero riflettemmo.
Fino ad allora avevamo vissuto da plebei, i nostri genitori ci avevano detto che basse aspettative economiche e irrealistiche pretese di status erano consigliabili. Invece, improvvisamente cambiò tutto, avremmo dovuto cambiare status. Dovevamo decidere come comportarci. Eravamo culturalmente attrezzati per decidere, infatti decidemmo.
Saremmo vissuti serenamente nel mondo patrizio, senza però accettarlo. Come? Semplicemente mantenendo la nostra dignità di plebei. Come fecero i primi cristiani per tre secoli con i criminali di guerra romani.
Lilli e io dopo aver acquisito il nuovo status sociale – dal momento che eravamo entrambi nati, lei al pianterreno di un’umida casa di laguna a Murano, io in un’umida portineria di un palazzo patrizio di Torino – decidemmo di concederci un privilegio: andare a vivere, visto che ora ce lo potevamo permettere, sempre e solo nei piani attici. A quarant’anni avevamo un disperato bisogno di luce.
Fu nella casa di Bordighera – prima che diventasse la forse unica RSA domestica di questo tipo al mondo – che ci identificammo negli storni. L’uccello, plebeo però elegante, che ci rassomigliava per lo stile di vita, l’intelligenza, la ricerca della libertà ad ogni costo.
Ogni fine autunno, arrivano a Bordighera, a volte poco dopo l’alba, più spesso poco prima del tramonto. Sono autentiche nuvole di storni, puntini neri come la pece che fanno evoluzioni volanti incredibili, disegnano forme grafiche mutanti, nessuna pattuglia aerea acrobatica o di droni teleguidati saprebbero mai farle.
In quei momenti, ci sdraiavamo sul letto con gli sguardi rivolti al cielo, dandoci la mano, e in silenzio li osservavamo, rapiti da tanta bellezza e da tanta spregiudicata baldanza. E ci identificavamo in loro.
Un giorno lessi uno studio dell’Accademia dei Lincei, finalmente capii i meccanismi di difesa degli storni contro il loro grande nemico, il losco falco pellegrino.
Lilli era contenta quando le leggevo un appunto, che avevo scritto ma mai pubblicato, quattro considerazioni a mo’ di metafora della mia vita professionale, su come difendersi dal criminale falco pellegrino:
1 Vivere in gruppo aumenta la sorveglianza, teoria dei molti occhi;
2 Il numero fa massa, quindi minori sono le probabilità dei singoli di essere predati, teoria della diluizione dell’effetto rischio;
3 Stare nella parte centrale della nuvola diminuisce ulteriormente il rischio, teoria del gruppo;
4 La modalità di muoversi insieme a grande velocità, e con improvvisi cambi di direzione, teoria dell’effetto confusione.
Ogni volta, specie negli ultimi tempi, ci auguravamo che i nostri quattro amatissimi nipoti non dovessero mai diventare ignobili falchi pellegrini. Il massimo successo della nostra felice, solitaria vita sociale fu essere riusciti, in qualche modo, a stare sempre fuori da quella oscena gabbia che li imprigionava.




