Il dottor Algoritmo in Ikea funge da direttore del personale

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Questa la considero una storia esemplare ai tempi del ceo capitalism trionfante. Intellettualmente non avrei potuto chiedere di meglio per verificare, in corpore vili, le mie analisi su questo mondo.

Marica Ricutti è una dipendente Ikea (“Dal 1999 senza mai un richiamo dai miei superiori” precisa, quindi ha ben metabolizzato la disciplina aziendale come valore) ha 39 anni, è separata, madre di due bambini piccoli, di cui uno disabile. Un giorno il dottor Algoritmo, che immagino in Ikea funga da direttore del personale, le cambiò il turno al reparto ristorante dove lavorava. Lei era impossibilitata in genere a iniziare il turno alle 7, specie il martedì, quando doveva portare il piccolo disabile a un centro specializzato per la terapia. Si precipitò dal direttore del personale, immagino parlò con un suo collaboratore, ottenendo, secondo lei, rassicurazioni verbali. Non sapendo che nell’era del politicamente corretto il “no” si declina in frasi standardizzate ad alto tasso di ambiguità, che si possono riassumere nel futuro semplice di vedere: vedremo, vedremo. Immagino che lei, sbagliando, considerò questa successione di frasi come un via libera provvisorio. Per quattro volte timbrò il cartellino alle 9, come prima. A ottobre ricevette la prima lettera di contestazione, l’iter si è concluso con il licenziamento per giusta causa (art. 2119). Questa la sua versione. Vera? Falsa? Non lo sappiamo.

Premetto, come studioso di modelli organizzativi avanzati, che ho sempre subito il fascino del modello Ikea, ora scopro che si fa chiamare Ikea Italia Retail, nulla di male, ma essersi declassata a “S.r.l” lo trovo curioso. Comunque diversa la posizione di Ikea rispetto a Marica Ricutti, il suo dossier pare ben costruito e si basa su un fatto incontrovertibile: nessun operaio può fissarsi da solo il turno di lavoro, altrimenti sarebbe anarchia. Questa la versione Ikea. Vera? Falsa? Non lo sappiamo.

Un aspetto chiave di questa vicenda è che, per fortuna della Ricutti, il job act ha sì eliminato l’art. 18 ma non la legge 104 che tutela le madri con figli disabili. Lei rientra in quella fattispecie? il dottor Algoritmo sapeva che c’era questa legge d rispettare? Chissà, entrare nella testa di costui è molto difficile: un algoritmo è al contempo un genio e un idiota. Comunque, tecnicamente siamo tranquilli: un giudice terzo, al momento ancora con sembianze umane, deciderà.

Per me, analista di comportamenti organizzativi delle leadership, il fatto finisce qua. Mi ha colpito una frase di Fabrizio Russo (Cgil): Ikea è un’azienda che è cambiata radicalmente negli ultimi anni. Per quel poco che so, concordo in pieno.

Trent’anni fa avevo rapporti frequenti con un alto dirigente di Ikea, a quell’epoca il capitalismo era quello classico, ai vertici c’erano manager veri (non dei “deal maker”, come oggi), eravamo tutti molto duri e determinati sul business ma sinceramente attenti, spesso paternalistici, verso i problemi umani dei nostri dipendenti ai quali eravamo molto legati. Per noi l’uomo, il lavoro, l’azienda venivano prima di tutto.

Anni fa, fui invitato come relatore a un convegno sulle problematiche della Direzione del Personale, sul palco dei portatori di testimonianze c’era un capo del personale Ikea. Lì capii che Ikea era molto cambiata, così la funzione della direzione del personale era tutt’altra, il termine “etica” era di casa nel suo linguaggio, parlava come un sociologo. In quella testimonianza ci trattenne su come bisogna comportarsi con i “diversi”: non osai chiedergli come facesse a distinguerli dai “normali”, mi ricordava l’antropologo Claude Lévi-Strauss: ne fui affascinato. Chiuse parlando della loro materia prima, gli alberi, con un tale trasporto da convincermi che il legno del mio letto, comprato da Ikea Svizzera, si fosse sì sacrificato per il mio riposo, ma la sua clorofilla continuasse a vivere nelle foreste dell’Est Europa da cui proveniva. Era preparatissimo sull’ecologia, sul riscaldamento terrestre, sul futuro del pianeta. Ai temi sociali ove Ikea aveva sempre primeggiato, ora si erano aggiunti quelli etici ed ecologici.

Da ex capo del personale anni Settanta mi permetto un piccolo suggerimento: non fidatevi, tenete d’occhio il dottor Algoritmo, in un attimo può trasformarsi, come disse Hannah Arendt di Adolf Eichmann, “nell’incarnazione della banalità del male, … non un criminale cosciente ma un funzionario zelante”.

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