Riccardo Ruggeri e Gianclaudio Torlizzi
Questo è il primo pezzo giornalistico scritto secondo il modello organizzativo IDEA, a firma congiunta di Riccardo Ruggeri (scenarista) e di Gianclaudio Torlizzi (analista). Lo schema concettuale con il quale è stato elaborato l’articolo nasce da un’idea (di cui al titolo) di Gianclaudio Torlizzi – fondatore di T-Commodity – che ha sottoposto una sua analisi a una verifica di scenario da parte di Riccardo Ruggeri – inventore del modello organizzativo IDEA +IA + NCS (nuovo Contratto sociale).
I lettori hanno così a disposizione un prodotto giornalistico di nuovo tipo e possono seguire in diretta un processo congiunto di scenari e analisi, intrecciati fra di loro, in assenza però di qualsiasi inquinamento politico politicante.
Assumo che il XXI secolo sarà dominato, non dall’Ideologia politica, ma dal Business, quindi Management e Accademia saranno costretti a vivere in simbiosi. *
RR
Una ventina d’anni fa ho iniziato a scrivere una serie di Scenari di respiro globale. Come cittadino pensante mi ero stufato di leader occidentali che perseguivano una stanca cultura della retorica riferita a una miserabile stabilità/crescita del PIL che stava producendo una società sempre più omeostatica, destinata quindi a una palude del vivere in un perenne torpore o esaltazione emotivi.
I miei Scenari sarebbero stati tutti caratterizzati dall’essere concepiti per diventare dei worst case nei quali, a titolo personale, non mi piacerebbe per nulla vivere, ma nei quali potrebbe essere molto probabile che a viverci sia costretto. Se si è culturalmente attrezzati al peggio si apprezza tutto ciò che è il meglio, quindi si ha una vita migliore.
Per primi ho scritto quelli che avevano come riferimento lo scoppio della Terza Guerra mondiale.
Poi quelli che la escludevano ma ipotizzavano per l’Occidente una Rivoluzione del tipo di quella francese della fine del Settecento o le due rivoluzioni comuniste del Novecento (russa e cinese).
Quindi ho scritto Scenari del terzo tipo che, escludendo entrambe le ipotesi, erano in continuità con il presente. A questo punto, a mio insindacabile giudizio, fra un ventaglio di assumptions ho scelto, una decina d’anni fa, quelle di IDEA Scenario 17 . Questo in sintesi assume che:
1 Stati Uniti perderanno progressivamente la leadership mondiale e saranno costretti a una specie di Yalta 2 per trovare un accordo con la Cina per spartirsi il Mondo, e quindi lo Spazio. Per entrambi, nel XXI secolo il business verrà prima dell’ideologia. Quindi, il primo atto sarà eliminare tutti i tipi di guerre regionali (già oggi manca loro il ritorno sull’investimento), definire le rispettive aree di influenza, scrivere un nuovo diritto internazionale, fatto a loro immagine e somiglianza.
2 Al tavolo da pranzo ci saranno loro due, ma saranno costretti ad invitare, in qualità di ospiti, India (per il numero di abitanti, oltretutto in crescita) e Russia (per le 6000 atomiche, gli 11 fusi orari, le sue infinite materie prime).
3 I Paesi che non sono al tavolo (2 + 2) sono nel menu. È così chiaro chi saranno nel XXI secolo i Leader e i Follower.
GT
La decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC non va letta come una semplice notizia petrolifera. Sarebbe un errore.
È un segnale di disordine globale.
Anzi: è uno di quei segnali che indicano il passaggio da un mondo regolato da istituzioni multilaterali a un mondo regolato da accordi bilaterali di sicurezza, liquidità e accesso alle materie prime.
L’OPEC (versione + ) è nato per coordinare l’offerta di petrolio. Oggi, quel coordinamento non basta più. Il petrolio non è più soltanto una commodity. È diventato garanzia di sicurezza, moneta geopolitica, collaterale finanziario, strumento di pressione industriale. In questo contesto, restare dentro un cartello significa accettare vincoli. Uscirne significa recuperare libertà di manovra.
Gli Emirati hanno capito prima di altri che il nuovo mercato energetico non sarà più organizzato intorno alle quote OPEC, ma intorno a tre leve. Ci sarà chi garantisce protezione militare, chi fornisce dollari, chi assorbe volumi di greggio e prodotti raffinati. In altre parole: sicurezza, valuta, domanda.
E qui entra Washington. Gli Stati Uniti stanno provando a ricostruire una centralità non più attraverso il controllo diretto della produzione, ma attraverso il controllo dell’architettura finanziaria e logistica che permette al petrolio di circolare. Linee di swap, garanzie militari, accordi di offtake, valute di regolamento: chi blocca questi nodi, controlla i flussi. Non serve possedere tutti i barili del mondo.
La sintesi? Decidere chi li finanzia, chi li assicura, chi li trasporta, e in quale moneta vengono pagati.
L’uscita degli Emirati dall’OPEC segnala esattamente questo: Abu Dhabi non vuole più essere solo un produttore disciplinato dentro un cartello dominato storicamente da Riyadh. Vuole diventare un hub autonomo: energia, finanza, logistica, dati, intermediazione valutaria. Non è un caso che gli Emirati si candidino sempre più a essere il ponte tra dollaro, Cina, Asia.
Il petrolio diventa così parte di un disegno più ampio: trasformare il Golfo in una piattaforma di clearing geopolitico.
L’OPEC, invece, si spacca lungo linee nuove. Non ci saranno più falchi e colombe sulla definizione dei prezzi. ma Paesi legati alla protezione americana, Paesi dipendenti dalla domanda cinese, Paesi che tentano l’arbitraggio tra i due blocchi.
L’Arabia Saudita resta il perno, osserva ma non guida. Il Kuwait seguirà Riyadh. L’Iraq, alla fine, dovrà scegliere chi garantisce la sua sicurezza. La Nigeria seguirà il dollaro e l’accesso al finanziamento. Algeria e Iran pendono dalla parte della Cina, ma anche lì il vincolo finanziario potrebbe diventare più forte della postura politica.
Questa è la vera frattura: l’OPEC non muore perché finisce il petrolio. Muore perché cambia la funzione del petrolio. Nel vecchio mondo, il cartello serviva a governare il prezzo. Nel nuovo mondo, il prezzo è solo una variabile all’interno di una partita molto più grande: c’è chi controlla la liquidità globale, chi controlla i colli di bottiglia marittimi, chi controlla le infrastrutture di raffinazione, chi controlla la valuta di regolamento.
Pechino lo sa. Per questo prova a proporsi come fornitore alternativo di prodotti raffinati e come grande compratore di ultima istanza. Ma senza una rete globale di hub logistici, stoccaggi, blending, distribuzione, assicurazioni, la sola capacità raffinatrice domestica non basta.
La Cina può produrre molti barili raffinati, ma trasformarli in una rete affidabile di approvvigionamento internazionale è tutt’altro.
Gli Stati Uniti, invece, stanno cercando lo scatto di reni: usare il dollaro, la sicurezza, un sistema delle alleanze per impedire che il petroyuan diventi una vera alternativa. Il corridoio emiratino può diventare parte di questa architettura: liquidità in dollari verso l’Asia, debito in yuan emesso nel Golfo, collateralizzazione incrociata, liberalizzazione ordinata dello yuan ma dentro un sistema ancora dominato dal dollaro.
Tenendo però presente, che, come insegna IDEA, chi non è al tavolo, è nel menu. E oggi molti produttori non stanno scegliendo un cartello, sono disperati quindi cercano un protettore. Per questo l’uscita degli Emirati dall’OPEC è molto più di una notizia energetica. È il sintomo di un ordine che si scompone. Il petrolio non viene più coordinato. Viene riallineato.
RR e GT
Nell’attuale disordine globale, il riallineamento è la nuova forma del potere.
Cavalcare IA significa partecipare al cambiamento del XXI secolo.
IDEA + IA + NCS ne è il riferimento operativo.
*”Oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù” (Rumi, poeta persiano XIII secolo)




