AMERICA, CINA, EUROPA, GUAI CADERE NELLA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

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Qualche tempo fa, per pura casualità, sono stati pubblicati, in contemporanea, sia il discorso integrale che Xi Jin Ping ha rivolto a Donald Trump a Pechino, sia quello tenuto da Mario Draghi ad Aquisgrana, nel ritirare il prestigioso Premio Carlo Magno.

La mia lettura di entrambi è stata lunga e meticolosa, anche perché pochi giorni dopo avrei “letto”, insieme a un gruppo di studenti dell’Università e del Politecnico di Bari, il libretto Appunti per una lezione di vita, che voleva far riflettere sulla necessità di – come suggerito da IDEA – ragionare per scenaridecidere per contro intuizione, parlare e scrivere per metafore. E poi adeguarsi al XXI secolo, il primo della storia ove l’aspetto ideologico verrà dopo il business.

Infatti, a Pechino il Business l’ha fatta da padrone. Il discorso di Xi era tutto basato sulla mitica metafora “La trappola di Tucidide” . Ricordava il terrore di Sparta, dominante ma in declino, nell’osservare una Atene emergente, quindi destinata a sostituirla, portando però il corso della storia verso la guerra. Immagino che Xi abbia letto “Destined for war. Can America and China escape Thucydide’s trap?” di Graham Allison. Secondo i suoi calcoli, negli ultimi 500 anni di storia del mondo la trappola di Tucidide ha portato alla guerra 12 volte su 16. Impeccabile il suggerimento implicito di Xi a Trump di non caderci, perché potrebbe finire male per entrambi. E come europeo credo che valga anche per noi: non cadiamo nella trappola del non detto dei tedeschi di Merz che stanno buttando nella fornace degli armamenti mille miliardi.

In pratica, Xi e Trump hanno concordato la linea della cosiddetta “Stabilità strategica costruttiva pur in presenza di disaccordi controllati”.

Un discorso quello di Xi da scenarista in purezza, che ipotizza un XXI secolo dominato dall’alleanza fra America e Cina, per il governo del Mondo e dello Spazio, lasciando liberi tutti gli altri leader del mondo a schierarsi con l’uno o con l’altro, ovvero giocarsela da indipendenti. Nel suo ormai ripetuto refrain è questo che suggerisce Mario Draghi? Dobbiamo forse costruire una Europa grande potenza militare?

 

Draghi ci ha ripetuto, e lo fa da due anni, la classica filastrocca della crescita: “Per crescere l’Europa ha bisogno di essere più produttiva. Per essere più produttiva deve investire sull’innovazione. Per investire sull’innovazione occorre capire che non c’è futuro se non si fa del nostro continente un motore di attrattività sul fronte dell’intelligenza artificiale”. Impeccabile! Come non essere d’accordo?

 

Peccato che la politica di Bruxelles in termini di execution (unica attività che conta) abbia gestito la cosiddetta transizione climatica sostenibile con modalità ideologiche talmente stravaganti che ci siamo persi per strada l’industria dell’auto europea, stiamo cavalcando ideologicamente la deindustrializzazione (con ovvia perdita posti di lavoro) e così la decarbonizzazione (costo folle delle bollette, quindi fuga delle imprese). Questa a molti di noi non ideologizzati appare non transizione climatica sostenibile ma autolesionismo strategico. Ma tant’è.

Mi ricorda una sintesi che avevo coniato per i primi Camei degli anni Dieci:  Il CEO capitalism (patrizio e ideologico, leggi woke) non fa altro che impoverire la classe media e sedare le classi povere.

 

Da allora sono passati una quindicina d’anni, e siamo sempre lì! Prosit!

Zafferano.news

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