CHI NON È AL TAVOLO DI IA, È NEL MENU. LA LINGUA MADRE (5)

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 Riccardo Ruggeri e Giovanni Semeraro

 

L’aspetto più critico della globalizzazione selvaggia, nata dalle ceneri delle deregolamentazioni selvagge iniziate in America al tempo della caduta del comunismo sovietico (1989) fu la necessità di confermare, in modo definitivo, la lingua ingleseamericana come unica lingua mondiale. Come già era successo per il greco, il latino, il francesel’inglese-americano sarebbe stata la lingua dei padroni del mondo.

Con l’arrivo di IA possiamo dire che l’umanità farà un enorme salto qualitativo: finalmente tutti i suoi cittadini potranno capirsi gli uni con gli altri, però usando la propria lingua madre  e ricevendo la risposta attraverso la traduzione – impeccabile grazie a IA – del pensiero dell’altro, che a sua volta si sarà espresso nella propria lingua madre

 

Un esempio molto innovativo per una applicazione presso l’Università di Firenze, è quello di due accademici, Jacopo Parravicini (fisico e ricercatore) e Marco Biffi (linguista e accademico della Crusca). Il docente fa la lezione nella sua lingua madreIA, in tre secondi una App (da 70 $) la traduce direttamente nella lingua madre del discente. Il colloquio fra loro può proseguire sempre e solo nella rispettiva lingua madre.

È una rivoluzione tecnico-culturale dalle più impensabili ricadute. Scompare il ruolo dell’ingleseamericano come intermediario tecnicoculturale. Questo sarà un enorme passo in avanti in termini di libertà di espressione, garantendo la sopravvivenza delle singole lingue naturali, e preservando le loro infinite sfumature.

Fukuyama, nel 1989, proclamò la fine della storia.

patrizi anglosassoni avevano vinto. Tutto il resto era folklore. La lingua era il sigillo di quella vittoria: chi voleva sedere al tavolo dei potenti doveva prima imparare a parlare come loro. La lingua non come strumento di comunicazione, ma come atto di sottomissione.

Per oltre trent’anni è andata esattamente così.

Il plebeo europeo, asiatico, africano, latino-americano, ha studiato l’inglese-americano non per scelta, ma per necessità. Come il servo medievale che imparava il latino per capire cosa il padrone dicesse di lui. La storia, evidentemente, non era finita. Si era solo presa una pausa.

Poi è arrivata IA. E tutto si è rovesciato.

La tecnologia, che molti temevano avrebbe ulteriormente omologato il mondo, standardizzandolo attorno alla Silicon Valley e alla sua lingua, sta producendo l’effetto opposto. È Pentecoste ogni giorno: IA parla tutte le lingue. Meglio: IA non ha una lingua madre.

È il primo strumento della storia umana genuinamente neutro sul piano linguistico.

Il napoletano, il catalano, il tamil, il dialetto piemontese o quello pugliese: ciascuno può pensare nel codice che gli appartiene, quello in cui sogna, in cui sacramenta, in cui ama. Quello in cui è davvero sé stesso.

La traduzione non è più tradimento, come diceva il vecchio adagio. Diventa fedeltà: al pensiero originale, alla sua radice culturale, alla sua irriducibile specificità. La lingua ritorna ad essere davvero la pelle dei pensiero.

La globalizzazione patrizia aveva costruito un pedaggio. Volevi accedere al sapere? al mercato? al dialogo internazionale? Pagavi anche in moneta linguistica. IA abbatte quel pedaggio. Mette in contatto due lingue madri. Non chiede passaporti. Le fa rivivere.

Fukuyama si sbagliava due volte. La storia non era finita.

E la vittoria dei patrizi non era definitiva.

La rivincita dei plebei, stavolta, parla come mangia. Può persino rifugiarsi nel dialetto.

Nessuno sa quale sarà il futuro. Però una cosa è certa: abbiamo la possibilità di viverlo nella nostra lingua madre, per la prima volta nella storia patrizi e plebei possono comunicare fra loro sullo stesso piano. Una gran cosa. Prosit!     5 continua

Zafferano.news

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