IDEA mi ha insegnato a ragionare per scenari, decidere per contro intuizione, parlare e scrivere per metafore.
La II Guerra iraniana per noi euro-americani pareva nata sotto i migliori auspici.
In 45 minuti era stata uccisa, dall’alto, tutta la leadership iraniana, Ayatollah Khamenei compreso. Era morto il Diavolo dei Cattivi. Più cattivi addirittura del cattivissimo Putin.
In America e in Europa esultammo tutti: Maga e Woke, destri-sinistri-centrini, fascisti e antifascisti, cattolici e luterani, filo Sinner e anti Sinner.
Passano i giorni, ormai le settimane, e il mitico popolo iraniano – bello, colto, giovane – non scende in piazza. Le varie minoranze vessate dagli Ayatollah (curdi iraniani in primis) se ne stanno nelle loro terre, tranquilli.
I nostri corrispondenti di guerra sembrano impazziti.
Stupefatto, tempo fa scrissi: ma allora quello che la nostra propaganda politico-giornalistica ci aveva spacciato per popolo tale non era. Erano forse loschi patrizi mascherati da popolo? E il popolo vero si era forse travestito da Pasdaran? Nessuna risposta.
Questo giochino l’avevo scoperto già nel Sessantotto, quando noi operai e travet (alla Fiat Grandi Motori di via Cuneo) venimmo costretti (ci scappò anche qualche calcio nel sedere per convincerci) da studenti figli di papà ad abbandonare il posto di lavoro e ad accodarci a loro per marciare verso la Prefettura di piazza Castello per fare la rivoluzione operaia. Per noi non cambiò quasi nulla, loro divennero politici, accademici, notai, sindacalisti, penne prestigiosissime del giornalismo militante. Noi rimanemmo operai, quelli che negli anni Ottanta sarebbero stati sostituiti dai Robot.
In realtà, fu uno scontro fra le due fazioni patrizie da sempre al potere (i destri e i sinistri).
La stessa modalità, patrizi mascherati da popolo, si sarebbe ripetuta per le primavere arabe, per quelle del Paesi dell’Est (Maidan compresa).
Sono bastate poche settimane e siamo costretti a prendere atto che la II Guerra iraniana è fallita. Il popolo è rimasto in lockdown casalingo.
Con un solo colpevole: il kerosene. Chi l’avrebbe mai detto?
Ed eccoci all’esplosione delle metafore.
Quella del canarino nella miniera riferita ai primi voli in Asia (dai Virus in su tutto parte dall’Asia!) cancellati per mancanza di kerosene.
Quella riferita allo Stretto di Hormuz che rassomiglia sempre più al gatto di Schrödinger. È aperto e, contemporaneamente, è chiuso.
Quella riferita al dilemma dell’America nel riconoscere di aver perso la guerra chiedendo poteri eccezionali per potenziare la raffinazione domestica del proprio petrolio per ottenere il necessario kerosene per volare (Sic!). Una mossa, disperata quella di Trump, che nel linguaggio del football americano di chiama Hail Mary pass, cioè il passaggio dell’Ave Maria che il quarterback adotta come ultimo tentativo per portare a casa il risultato.
Quando capiremo che il nostro attuale modello organizzativo, e relativa ruling class che lo applica, insostenibile sotto tutti i punti di vista, ci porta diritti alla sconfitta nel medio-lungo?
Prosit!




