Il giornalismo non è più destra-sinistra. Ormai siamo alla dicotomia alto-basso

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MicroMega ha dedicato un numero monografico ai temi del giornalismo sui quali si sono concentrate, sfidandosi, le più belle firme del giornalismo italiano. Come informare in modo imparziale? Confesso che il segmento per me più interessante è stato il dibattito sulla “sovranità dei fatti” fra Marco Travaglio e Maurizio Molinari. La famosa tecnica “separare i fatti dalle opinioni” è tuttora l’impegno dei giornalisti di razza, ma la sua declinazione si fa sempre più difficile, oltre che più ambigua.
Come nota Maurizio la sua impostazione è opposta a quella di Marco su una questione non solo di fondo, ma dirimente: la dicotomia fra pro e anti establishment. Marco va al cuore del problema quando scrive che la crisi delle élite e degli establishment ha portato all’impazzimento delle testate mainstream. Cita il caso Italia ove i grandi editori sono portatori di conflitti d’interesse mostruosi rispetto alla sovranità dei fatti, ma a loro volta sono succubi di potentati altri. Se a questo aggiungi che intere fasce di popolazione non si riconoscano più nell’informazione tradizionale, e ci aggiungi la crisi, il giochino si complica in modo drammatico. La dicotomia “pro-contro establishment” che esiste nel mondo politico viene riproposta nel mondo dell’informazione. Maurizio evita la trappola (secondo lui) dell’accettare il dilemma, banalizzandolo in una domanda: noi della stampa siamo anti establishment, loro (intendendo lor signori) sono l’establishment? La sua impostazione è che parole come “povertà” (legata all’economia), “profughi” (legati ai migranti), “terroristi” (non esaurisce il problema del terrorismo) stanno portando all’indebolimento degli Stati nazionali e delle leadership. Tema vero questo del significato diverso assegnato alle parole.
Per esempio, incredibile il punto a cui siamo arrivati, immagino senza accorgercene, con il termine “populista”: in bocca a uno delle élite è sinonimo di “fascistoide”, in quella di un suo avversario politico è sinonimo di nobile “tribunus plebis”. Ciò dimostra una sola cosa: non siamo più divisi fra “destra e sinistra” ma fra “alto e basso”.

Questo tema mi interessa moltissimo, mi chiedo: posso dare un contributo, seppur modesto, nella discussione? Ci provo. Una decina d’anni fa decisi di fare il giornalista, alla mia età e con le mie scelte di vita ero (e sono) esente da qualsiasi conflitto d’interessi, quindi mi posi il problema in quale linea editoriale mi sarei collocato. Per storia personale faccio parte, ormai da tempo, dell’establishment, ora sono accusato di essere “anti”, semplicemente perché pavento che con questo modello politico-economico-culturale si arrivi alla rivoluzione, quindi mi batto perché si torni al capitalismo classico.
Credo che anche fra noi dei media ci si debba schierare: vogliamo mettere al centro il “lavoratore” o il “consumatore”, la “vita” o lo “stile di vita”? L’ascensore sociale o il reddito di cittadinanza? Purtroppo o per fortuna sono due modi radicalmente diversi di fare giornalismo, specie se vogliamo ancora basarci sulla sovranità dei fatti. Siamo convinti che lo scontro sia solo fra globalisti e sovranisti, fra società aperta e populisti? E se fosse in corso una guerra interna e sotterranea, per ora esclusivamente culturale, fra noi élite? Non solo la più evidente, e sempre esistita, fra censo e cultura, che Thomas Piketty definisce ironicamente casta dei mercanti e casta dei bramini? E se ci fosse qualcosa di più profondo che ci sfugge? Ci tornerò quando la mia riflessione andrà avanti.

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