O’Leary è un birbante, ma almeno è sincero

Da anni studio il ceo capitalism (mio copyright), cioè un capitalismo “bastardo” che, rispetto a quello classico, che aveva al centro l’uomo inteso come lavoratore, ha messo sul piedistallo il consumatore e in suo nome vengono perpetrate le peggiori oscenità, producendo per lor signori enormi profitti. Mentre quello classico si avvaleva dei poteri intermedi della società civile, nella fattispecie di sindacati (con lui negoziare: retribuzioni, qualità del lavoro, incentivi, benefit sociali), il ceo capitalism segue invece un’altra filosofia quella della disintermediazione. Per esempio, si ritorna a quello che si chiamava “lavoro a cottimo”, più si lavora più si è premiati, come l’operaio sovietico Stachanov (da cui stacanovista). I dipendenti di Ryanair sono stacanovisti per definizione.

Il modello più avanzato di ceo capitalism è Amazon, ma Michael O’Leary, Ceo di Ryanair, non si considera da meno, anche come spregiudicatezza, rispetto a Jeff Bezos. La differenza rispetto agli anni 30-40-50 del Novecento è che ora i “Padroni delle Ferriere” non hanno più panciotti, orologi d’oro e sigari Avana, ma jeans e felpe. Loro sono personaggi 4.0 mentre i dipendenti sono rimasti 1.0. I Sindacati, concettualmente, non sono previsti dal protocollo aziendale, il capo del personale è un algoritmo (vedasi il recente caso Ikea). “L’ha deciso l’algoritmo non possiamo fare nulla”.

Oggi, al di là delle sceneggiate a uso di politici gonzi, il rapporto è tornato ottocentesco. Una notazione personale. Sono stato operaio Fiat negli anni Cinquanta, le modalità di lavoro erano identiche a quello nelle aziende citate oggi (Amazon, Ryanair, Ikea, etc.) ma non le retribuzioni. Io allora guadagnavo un 30-50% più di un tramviere o di un impiegato comunale, inoltre godevo della mitica Mutua Fiat (paragonabile oggi a quella delle migliori cliniche private), avevo benefit sociali (le colonie estive per i miei figli, borse per farli studiare), avevo la garanzia del posto di lavoro (spesso trasferibile ai figli; io ero un uomo Fiat di terza generazione, scherzavo con l’avvocato Agnelli), tutto questo contemperava la durezza del cottimo. Noi operai Fiat mai ci sentimmo zombie, come i galoppini di Foodora o i driver di UberPop, perché la dignità del lavoro era garantita, l’ascensore sociale funzionava a pieno ritmo (dei sei membri del mitico Comitato Direttivo Fiat, una specie di Politburo, che operò fra gli anni Ottanta e Novanta, tre di noi o erano ex operai o figli di operai però tutto il potere esecutivo era nelle nostre mani). Un operaio Fiat non cicala verso i cinquant’anni poteva comprarsi un alloggetto in periferia e mandare i figli all’Università (lo raccontò a una trasmissione di Nicola Porro l’oggi senatore Airaudo, ex capo della Fiat Fiom).

Questi Ceo 4.0 sono figure politicamente imbarazzanti. Confesso che O’Leary con la sua lettera ai dipendenti e automatica minaccia di licenziarli se scioperano, quantomeno è stato sincero. Lui ha sempre applicato alla lettera il principio sul quale si basa il modello del ceo capitalism: far lavorare molto i dipendenti (stile cottimo), pagarli poco, minacciare di sostituirli con altri lavoratori che stanno bussando alla sua porta. Il ceo capitalism è concepito per diventare monopolio-oligopolio, così come tutte le realtà di Silicon Valley. Perché stupirsi? Siamo noi culturalmente succubi di costoro e fingiamo di non accorgerci che stanno diventando i padroni del mondo.

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